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Ursula Barilli

Non si può restare indifferenti di fronte all’opera di Ursula Barilli: la sua umanità disperata e silente, quei volti stretti dentro il cappio di una forma ovale o vagamente quadrata, solcati da sfregi laceranti e da ferite non più rimarginabili, quegli occhi vuoti e spenti che ancora non hanno perduto l’ultima capacità di vedere, quei corpi allusi, in cui spesso risaltano le forme sensuali, pur nell’ormai perduto splendore, dei seni e del ventre, quei brani di un’anatomia spezzata, sconvolta, in divenire, quei colori di pece, di sangue, di notte, di livore, ci sfidano a guardare un abisso che possiamo illuderci non ci appartenga, ma che sappiamo non essere mai altro da noi. (...)

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Graziano Scalvi

(...) Si eregga il suo cristallino castello di capacità, senza inserire nella trasparenza delle pareti un solo pulviscolo di adulazione. Vengono esposte le sue cose essenziali, che lui consegna dal pennello alla tela, filtrandole nella mobilità della mente. O è la sua “anima” che le colora in autonomia, prima di mostrarle ai nostri occhi?
Di inventiva, nel suo dipingere se ne filtra fin troppa. Le “sorprese” affiorano di continuo, per condurre il filo d’Arte a legare comportamenti e abitudini dell’umano.
(...)


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